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Recensione Recensione di 7800° Fahrenheit

7800° Fahrenheit

Una band controversa, da sempre. Troppo morbida per alcuni, troppo smielata per altri, troppo pop oriented per altri ancora. Ma i Bon Jovi sono sfaccettati, con diverse caratteristiche, alcune anche molto positive, insomma vanno accettati così, prendere o lasciare. Chiaro che chi predilige il death metal non potrà mai avvicinarsi ad un quintetto che suona, sin dagli albori, un mix di hard rock furbescamente miscelato con le peculiarità più commerciali dell’aor e ha in sè un gusto endemico e sfacciato per il pop, se poi si completa il quadro con un look patinato e studiato ad hoc per far breccia nei cuori delle ragazzine, beh, il quadro è completato. E pensare che avrebbero dovuto chiamarsi Victory; un destino che li premiò lo stesso anche con il loro nome definitivo, ormai conosciuto in tutto il globo terracqueo. In ogni caso i Bon Jovi sono una delle band di punta rimaste vive, reduci dal periodo ottantiano dell’hair metal, e non è certo un caso questo, se non si hanno qualità vere si sparisce definitivamente dal music-biz, e la lista dei desaparecidos è lunga come il meridiano di Greenwich. L'album di debutto, autointitolato, anche se il monicker originale doveva essere Tough Talk, uscì il 21 gennaio 1984. Fu subito disco d'oro negli U.S.A. (vendendo più di 500.000 copie) trascinato dal video single di Runaway, decisamente un bel pezzo azzeccato, che coprì anche il mercato britannico. Il gruppo si trovò così ad aprire concerti di superbig come ZZ Top al Madison Square Garden (prima ancora che il disco fosse nei negozi), e per Scorpions e Kiss in Europa. Io li vidi proprio di spalla ai Kiss a Losanna, nell’ottobre ‘84 e non mi recarono grande impressione: una buona band, niente più. Fecero anche un'apparizione nel famoso programma televisivo American Band Stand che diede loro risalto. Lo stile melodico del combo del New Jersey colpì anche gli inglesi, che ne saggiarono la consistenza live soprattutto in un gustoso concerto alla Wembley Arena. Dopo le prime esperienze di tour, la band si seppellisce in studio per dare un seguito al primo lp. Battere il ferro finchè è rovente, il loro motto e soprattutto quello dei loro discografici.

Aprile 1985, esce il secondo lavoro titolato 7800° Fahrenheit, temperatura di un vulcano in eruzione, ma la risposta del pubblico è inaspettatamente freddina. La bibbia del heavy metal di quegli anni, il britannico Kerrang!, che aveva accolto molto positivamente l'album di debutto, definì il disco una pallida imitazione dei Bon Jovi che conoscevano e che avevano imparato ad amare e li bollò come “i Duran Duran del Metal”. Per la prima volta appare in copertina il classico logo che tanti impareranno a riconoscere e ad amare, stampato su una foto che rappresenta il Bel Bon avvolto da calori e fiamme. Una sleeve, tutto sommato, carina ma che non esaltava più di tanto, meglio il retro con il quintetto al completo, vestiti sgargianti e foto sfumata che acchiappa. Prodotto bene da Lance Quinn, i 47 minuti di musica scivolano via con qualche intoppo di troppo, soprattutto a causa di alcune composizioni non proprio eccellenti. Su il sipario ed è subito ora della muscolosa In and Out of Love, un refrain molto rock e John sugli scudi con una voce che, agli inizi, aveva un colore roco che faceva molto singer maledetto. Belli i cori, chitarra presente e giusta dose d’energia, un bel singolo da party band e un video con i classici stilemi di quel periodo. The Price of Love è americana come poche, keyboards in evidenza e andamento tranquillo fino a quando entrano dei bei cori commerciali che la fanno apparire buona per le radio a stelle e strisce anche se non verrà mai editata come singolo. La terza traccia è un grande pezzo ed è il primo richiamo gettato sul mercato: Only Lonely aveva tutto per far presa sui kids, semiballad dalle atmosfere dure e vellutate al contempo con una voce decisa che arabeggia su una convincente struttura portante. Buono, decisamente buono questo episodio che ama la “solitudine” e da cerchiettare di rosso il solo di chitarra di un Richie Sambora che mostra di saperci fare e che era reduce da un provino per entrare a far parte dei Kiss. King of the Mountain parte con un coordinato batteria e basso e mantiene la struttura per l’intero sviluppo di quasi 4 minuti, ma il chorus è deludente e non si ricorderà di certo come un episodio memorabile. Una tastiera a mezz’aria, alla Boston, eleva Silent Night che colora la notte di colori timidi ma procaci. Un bel lentone con cori doppiati e armonie vocali da brividi, sarà il loro quarto singolo estratto e fornirà ai Bon Jovi buone soddisfazioni ma non eccelse. Solo di chitarra filato, prima, e ricco di note nella seconda parte, buoni strumentisti la banda del Bon John. Tokyo Road parte con carillon gravido di note del Sol Levante di una canzone popolare, poi scoppia in un rock arcigno e tirato; questa song verrà immancabilmente eseguita in Giappone anche perchè è dedicata ai fans di quel luogo, da subito generosi con la giovane band. Un miscuglio di stilemi rock classici niente di più comunque.

The Hardest Part is the Night ha il suo inizio con una chitarra terrosa, con una distorsione che sa di Yes, ma è un coinvolgente pezzo molto aor. Manco a dirlo, anche questa track verrà lanciata come singolo. Belli i controcori che danno altezza e proporzione ad un pezzo che scomparirà davanti agli album a seguire. Bello il loop della chitarra che fischia nel bel mezzo della struttura armonica e il solo della sei corde, il migliore dell’album, va detto. Una batteria in libertà introduce Always Run to You, segnata da un buon riff serrato, poi niente di notevole, anzi , traccia piuttosto piatta che non lascia segnali eccitanti. Il disco prosegue, per fortuna verrebbe da dire. Ma non si sa in cosa si incappa. (I Don't Wanna Fall) To the Fire, infatti, viene dettata a gran voce da una tastiera in piena era ottantiana commerciale, pare di ascoltare i Duran Duran o i Thompson Twins e il resto dei 4 minuti e 28 non si discosta molto da quel trend a parte una chitarra corposa che fa capolino ogni tanto. Un pezzo da dimenticare e che di rock non ha proprio nulla. L’hard timido ritorna nella finale Secret Dreams che gode di un buon ritornello e flavour alla Dokken dei primi due album; non di certo un capolavoro ma un corridoio decente dopo due tracce davvero da cassonetto differenziato. In definitiva, un album discreto che la stessa band ebbe a commentare in chiave non proprio positiva alcuni anni dopo, quando ormai erano assurti al grado di rockstar internazionali: “Avremmo potuto e dovuto produrre un disco migliore”. E come dargli torto! Le forze messe in campo dalla loro etichetta furono ingenti, sia a livello produttivo che di registrazione sia a livello di marketing. A forza di colpi di tosse e spinte promozionali e grazie ai vari tour e a ben cinque singoli postati su Mtv, questo 7800° Fahenheit raggiunse il milione di copie vendute. Un semi-fallimento per discografici che pensavano di avere in mano una band sbaracca-classifiche. L’airplay delle radio rock statunitensi mantennero vivo l’interesse degli ascoltatori verso la band del New Jersey, riproponendo spesso anche il primo album eponimo. Dopo i vari concerti di spalla ad act più celebri, i cinque musicisti, pressati da un’etichetta discografica che aveva puntato fiches importanti su di loro, si riuniscono per comporre il nuovo lavoro da studio. Un album più rock, più ispirato, più bagnato e leggermente sdrucciolevole... che diverrà un boom mondiale. Il seguito alla prossima puntata.

Metallized Voto: 59

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