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Recensione Recensione di Bon Jovi

Bon Jovi

Nell'anno di uscita di questo disco si erà già capito qual era il leit-motif del decennio: l'hard rock aveva imparato a volare alto in classifica e i successi commerciali di Quiet Riot, Def Leppard, Journey e Survivor (che si riveleranno fondamentali nel forgiare il sound dei primi due album del gruppo in questione) ottenuti l'anno prima incoraggiarono una miriade di band a tentare la scalata verso quello che allora era "il sogno americano": avere "una possibilità" dopo anni di gavetta e sacrifici, con la regola di credere sempre fermamente nelle propri sogni; d'altronde l'America reaganiana dava a tutti una chanche per uscire dall'anonimato. John Francis Bongiovanni (così è registrato all' anagrafe) quella lezione deve averla ripassata ben bene e imparata a memoria. Il futuro campione d'incassi a stelle striscie sbarcava il lunario facendo mille lavoretti tra cui uomo delle pulizie negli ormai celeberrimi studi di registrazione Power Station dove questo primo lavoro in studio vide la luce con la produzione del cugino Toni ( che produsse negli anni '70 pure i migliori lavori dei Ramones).
Molte sono le leggende attorno a quest'album che mai hanno trovato piena conferma: compresa quella dove Il Boss in persona disse a Jon di “lasciare perdere...”.

Oggi questo disco è un classico dell'Aor di lusso dietro al quale esordisce una band molto solida e promettente che pur con qualche ingenuità (comprensibile) in fase compositiva mette in mostra grandiose potenzialità rilasciando a conti fatti una manciata di pezzi destinati a diventare presto dei classici assoluti in campo melodic hard rock/AOR: basti pensare al il primo singolo "Runaway" (che aveva già una discreta fama in quanto passava regolarmente nei circuiti radiofonici regionali già un anno prima prima che l'album fosse pubblicato) o agli altri eccellenti brani che uniscono in maniera pressocché ideale melodia e energia. La pomposa "Breakout", la dinamica "Shot through the heart" e l'hard spinto di "Burning for love" (singolo in Giappone) sono gli esempi più illuminanti del fatto che il gruppo, fin dall'esordio, pensava in grande con la consapevolezza (senza timori reverenziali) di poter competere con i principali big act che allora spadroneggiavano negli USA. A parte l'adolescenziale e ingenuotta "She don't know me" (che poi è una cover di M. Avsec rilasciata come secondo singolo) forse il momento più debole del platter, come non citare l'agressiva "Roulette" dove Jon a mio parere sfodera una interpretazione, ai più passata inosservata, sentita e credibile dove pare reciti la parte di un azzardo-dipendente.
Impossibile poi non nominare la drammatica “Love Lies” ballad dove Jon spinge con tanto di falsetto la sua voce a picchi oggi inpensabili e la conclusiva “Get ready” quest'ultima riproposta almeno fino al tour dorato di “Slippery When Wet”.
L'album d' esordio negli States ha venduto fino ad oggi due milioni di copie. Rappresenta il gruppo nel momento di maggiore spregiudicatezza e immediatezza; lontano dagli spietati calcoli del music-business e dalle pressioni che di conseguenza nè derivano.

25/08/2006 TrueMetal.it Voto: 90

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