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Recensione Recensione di Bon Jovi

Bon Jovi

L'inizio di una lunghissima avventura. Nel 1980 il buon John Francis Bongiovi comincia a lavorare negli studi di registrazione The Power Station del cugino Tony, sfornando demo su demo nella speranza di incuriosire le grandi etichette dell'epoca. Nel 1982 il dj Chip Hobart viene a contatto con queste demo e si innamora di Runaway, tanto da decidere di inserirla nella compilation della propria stazione radiofonica contenente le migliori prove dei più promettenti artisti locali. Per registrare il brano in questione viene assoldato un gruppo di musicisti accreditati come The All Star Review e tra i quali spicca il nome di Huey (Hugh) McDonald, futuro bassista ufficiale del combo del New Jersey. Grazie ad un intensivo airplay di Runaway, Jon riesce a firmare un contratto con la Mercury Records, la quale suggerisce al cantante di chiamare col proprio nome la band che è intenzionato a fondare. I musicisti scelti da Jon sono David Rashbaum (noto poi come David Bryan), Alec John Such, Tico “The Hitman” Torres e Dave “The Snake” Sabo, che sarà poi il fondatore degli Skid Row. Al termine di un concerto, Jon viene raggiunto nel camerino da un chitarrista con le idee molto chiare: Richie Sambora. Affermando che dovrebbe essere lui il chitarrista della band, Sambora ottiene un provino nel quale si dimostra all'altezza del compito, ottenendo il posto ai danni di Sabo. La nuova formazione entra negli studi The Power Station e registra il primo full-length chiamato Tough Talk, nome che verrà poi accantonato preferendo utilizzare il semplice nome del gruppo. Il lavoro è prodotto da Tony Bongiovi e da Lance Quinn, e la Mercury affida il prodotto ad una etichetta minore fondata per l'occasione dalla famiglia di Jon, la Jambco (John, Anthony, Matt Bongiovi Company). La cosa sa un po' di Rat Pack con un pizzico di Jersey Shore, fatto sta che, prima di chiudere battenti, la Jambco fa in tempo a realizzare Blood on the Bricks di Aldo Nova e Pretty Blue World di Billy Falcon.

Tenendo presente le vicissitudini che hanno portato alla nascita di Bon Jovi, il pezzo che apre il disco non può che essere Runaway. L'intro di tastiera forse tra i più riconoscibili del genere è la summa della proposta artistica dei cinque statunitensi. Già uscita come singolo nel 1983, la canzone è un up-tempo melodico e accattivante nel quale la tonalità di la minore sottolinea egregiamente l'angoscia di una ragazzina che, sentendosi oppressa dalle soffocanti restrizioni dei genitori, decide di scappare di casa. Gli acuti finali sono storia, e come tutto ciò che è storia, non è più riproducibile nel presente. Peccato. La seconda traccia è Roulette, una tra le meglio riuscite del platter. Groove coinvolgente e melodie altalenanti impreziosiscono un brano in cui tutti gli esecutori si amalgamano alla perfezione. Il pathos del bridge e del seguente assolo di Sambora è uno dei momenti più alti del disco. La successiva She Don't Know Me, anch'essa uscita come singolo, è una ballad veloce ed è l'unica canzone nella discografia dei Bon Jovi scritta da un estraneo alla band, Mark Avsec. La classica progressione I-VI-IV-V, trita e ritrita, è arrangiata sapientemente e il brano si lascia ascoltare volentieri. Anche in questo caso gli acuti finali sono l'istantanea dei bei tempi passati. Shot Through the Heart parte in sordina ma si trasforma immediatamente in una veloce song tipicamente 80s. L'arpeggio di piano durante la strofa è un misto tra la colonna sonora di un film horror e un brano symphonic metal del nuovo millennio. Inutile dire che il verso che dà il titolo alla canzone sarà lo stesso che troverà più fortuna nel ritornello di You Give Love a Bad Name. Love Lies è di nuovo una ballata, questa volta triste, che racconta le bugie dell'amore e di chi ne soffre ancora. I cori del ritornello sono quasi Def Leppard e, dopo la modulazione del bridge, Jon si impegna ancora una volta a concludere il brano nella parte più alta del registro tenorile. È ora il turno di Breakout, canzone incredibilmente ruffiana e ammiccante, nella quale la batteria di Tico Torres rende impossibile rimanere immobili. Il suo coro anthemico ha accompagnato tutte le esibizioni dal vivo della band almeno fino all'arrivo di Let it Rock. Burning for Love è l'ultimo singolo estratto dal primo lavoro omonimo ed è un brano svelto e orecchiabile in cui Richie dimostra sia con le ritmiche sia con l'assolo di essere stato la scelta migliore che Jon abbia mai potuto fare. Come Back è un altro up-tempo minore molto ritmato. Non eccezionale, ma se non altro piacevole. La conclusiva Get Ready è la canzone perfetta per chiudere un album. Veloce, questa volta maggiore e molto, molto allegra, si muove a cavallo tra il Glam e l'AOR. Senza dubbio il sussidiario di Poison e Cinderella.

Nove canzoni nove per neanche quaranta minuti di musica. Questi sono i veri Bon Jovi: quelli prima di Slippery When Wet, quelli che ce la mettevano tutta per dimostrare che cinque ragazzotti poco più che ventenni (a parte il più navigato Torres) potevano sfornare dischi di qualità, quelli che urlavano, pestavano e facevano caciara. Certo, i loro album della fine degli 80s e dell'inizio dei 90s sono pietre miliari del rock americano, ma prima di essere ottenebrati dal successo i Bon Jovi avevano una tra le più efficaci frecce a disposizione nel loro arco: la voglia di arrivare. Una volta arrivati, beh, sono durati e continuano a durare, ma non avendo più niente da dimostrare chi glielo fa fare di urlare e pestare?

Metallized Voto: 85

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