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Recensione Recensione di Bon Jovi

Bon Jovi

Aveva solo tredici anni l’italo-americano John Francis Bongiovi quando iniziò a suonare piano e chitarra, suonando principalmente le canzoni del suo autore preferito, cioè Elton John, strana coincidenza ma lo era anche per Joey Tempest, e ne aveva sedici quando, presso il liceo in cui studiò, avvenne l’incontro con David Rashbaum, incontro che avrebbe cambiato la vita di entrambi. Inizialmente i due ancora minorenni mettono su una cover band che gira per i locali del New Jersy, fin quando nel 1982 Jon ha la possibilità di lavorare ai Power Station Studios, lo studio di registrazione di cui era comproprietario suo cugino Tony Bongiovi, dove ebbe l’occasione di registrare alcuni demo, tra i quali Runaway, da lui scritta due anni prima, registrata con l’ausilio di affermati musicisti come Roy Bittan (già con Bruce Springsteen e Dire Straits) alle tastiere o Tim Pierce alla chitarra, e con cui vinse un concorso indetto da una radio locale. Ma Jon e David volevano fondare un loro gruppo, così nel 1983 la formazione dei Bon Jovi si completa con l’ingresso del batterista Tico Torres, che aveva già collaborato con grandi della musica come Miles Davis e Chuck Berry, Alec John Such e Richie Sambora, chitarrista in gruppi minori ed ultimo arrivato dopo una lunga ricerca che vide in quel ruolo anche Dave Sabo, futuro chitarrista degli Skid Row.

Nel 1984, in piena era Glam Metal, esce così l’omonimo debutto del combo del New Jersey, che proprio in quella corrente inizia a muovere i primi passi, trovando la sua massima fonte d’ispirazione sia nell’Hard dei vari Van Halen, Scorpions, Def Leppard e Nazareth sia nel Melodic Rock dei Survivor, infatti i novi brani contenuti nel platter in questione si presentano energici e trascinanti, facendo presa su melodie pompose e cromate, chorus di sicura presa ed una forte attitudine radiofonica. Ad aprire il lavoro è proprio Runaway, tra i pezzi più indicativi della spregiudicatezza dei primi Bon Jovi, selvaggio ed adrenalinico, melodico e trascinante, con un refrain che non rischia certo di passare inosservato nemmeno ad un primo ascolto, Roulette non sarà invece annoverata tra le migliori composizioni bonjoviane, ma era comunque un graffiante brano che non sfigurava di certo di fronte ad altri simili pezzi dell’epoca, mentre la bellissima cover She Don't Know Me inaugura la versione più AOR e di chiara derivazione Survivor dei primi Bon Jovi. E’ ancora Hard graffiante e trascinante con Shot Through The Heart e Breakout, altri due indimenticabili pezzi della loro discografia degli esordi, e nel mezzo di questi la ballad Love Lies, introdotta da Rashbaum ed interpretata magistralmente dal singer, non certo il meglio che il gruppo del New Jersey ha saputo donare in tali termini ma comunque indicativa delle potenzialità compositive di Jon e compagni. Burning For Love, che fu anche singolo per il paese del Sol Levante, e la conclusiva Get Ready seguono la stessa scia delle varie Breakout e Shot Through The Heart, pur assestandosi su livelli minori, mentre Come Back è un altro magnifico esempio di quanto l’attitudine AOR e radiofonica dei Survivor influenzasse lo stile dell’esordio bonjoviano.

Notati dal discografico Derek Shulman ad un concerto degli Scandal, ai quali facevano da spalla, e presto messi sotto contratto per la Polygram, riuscirono ad ottenere grandi consensi ancor prima della pubblicazione di questo debut self-titled, tanto da esser chiamati ad aprire i concerti di Scorpions, Kiss e ZZ Top. Bon Jovi fu anche disco d’oro negli States dove furono vendute, in un breve periodo, più di 500.000 copie.

RockLine.it Voto: 8/10

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