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Recensione Recensione di Keep The Faith

Keep The Faith

Tenendo tra le mani Keep the Faith si può contemplare un tassello fondamentale della storia artistica dei Bon Jovi. Era il 1992, ben quattro anni dopo la pubblicazione del magnifico New Jersey, ed il fenomeno grunge aveva intaccato persino l’integrità di un’istituzione come potevano essere i cinque della East Coast in quell’epoca. In realtà nel ’90 era uscito Blaze of Glory, album solista di Jon, colonna sonora di Young Guns II e nell’anno successivo Stranger in this Town del talentuoso Richie Sambora, ma aver saltato gli anni a cavallo tra le ultime due decadi del XX secolo ha imposto al monicker U.S.A. un cambio stilistico alquanto drastico, se pur latore di ottimi risultati. In effetti, per Jon, Richie, David, Alec e Tico, il ritorno sulle scene non fu così scontato. Lo storico manager Doc McGhee venne licenziato e Jon decise di provvedere da sé, creando il Bon Jovi Management. Dopo un ritiro ai Caraibi per discutere del futuro della band, si poté procedere alla composizione dei brani. Venne incaricato della produzione nientemeno che Bob Rock e vennero scritti circa trenta pezzi, dodici dei quali finirono sulla versione definitiva dell’album. Due tracce vedono la collaborazione in fase di scrittura di Desmond Child, una solamente del tastierista David Bryan, mentre il resto è per lo più opera di Jon, in alcuni casi con l’apporto dell’inossidabile compagno di penna Sambora. Le caratteristiche che contraddistinguono in maniera più immediata questo lavoro in studio dai quattro precedenti, infatti, sono la fase di scrittura e quella di missaggio. Il songwriting è più introspettivo, mentre i suoni sono più corposi ed equilibrati. Ma vediamo nel dettaglio il risultato di sette mesi nei Little Mountain Studios di Vancouver.

Il disco si apre con I Believe, canzone ottimista ma con l’intento di convincere l’ascoltatore che non bisogna credere a tutto ciò che si sente dire, specialmente in tv. Non esiste il mondo di Oz, e questo mid-tempo ci tiene a ribadire quanto sia necessario confidare nella volontà di ogni singola persona. Nella seconda posizione della tracklist troviamo il brano che dà il nome all’album. Keep the Faith è, come da titolo, un altro pezzo di speranza, anche se in questo caso la musica è più agrodolce. Dopo un effettato intro di chitarra, è un fenomenale giro di basso che ci prepara all’ascolto di una canzone estremamente ritmata, bluesy e con l’ugola di Jon che raggiunge vette espressive raramente eguagliate (sia nel passato, sia nel futuro). I’ll Sleep When I’m Dead è molto Stones, e stavolta è la batteria di Tico la motrice di questo inarrestabile treno di buoni propositi. Dal vivo è uno dei pezzi più coinvolgenti dell’intera discografia della band. Arrivati ad In These Arms ci si ricorda che i Bon Jovi ebbero un ruolo fondamentale negli 80s. Il brano non sfigurerebbe in Slippery, ma i suoni più moderni ed un testo molto più maturo lo rendono immortale. La prestazione dei musicisti è ineccepibile, ed ancora una volta è il giro di basso di Alec a dare una marcia in più all’economia del pezzo. Come le rose hanno bisogno della pioggia, le stagioni di cambiare ed il poeta del dolore, i fan del quintetto a stelle e strisce hanno bisogno di In These Arms. Dopo questa ballad dal tempo sostenuto, giungiamo di fronte ad un lento terzinato che non si fatica a definire “il lentone” per eccellenza. Non stupisce che Bed of Roses sia una ballata fenomenale, ma la cosa particolare è che si tratta del primo pezzo dei Bon Jovi ad essere in 12/8. Non sarà l’ultimo, ma le canzoni non in 4/4 si contano davvero sulle dita di una mano, quando si scorre la loro discografia. Il testo è lo struggente sfogo di una persona che, stordita dall’alcol, sogna ad occhi aperti di tornare dalla propria dolce metà, ma per il momento indugia in un masochista ed autolesionistico abbraccio di solitudine. Ne è anche stata registrata una versione in spagnolo (Cama de Rosas), ma solo i più coraggiosi possono affrontare tale ascolto. Chiude il lato A della versione in vinile la rocciosa If I Was Your Mother. È il pezzo più pesante del platter, pur non rinunciando ad un ritornello melodico e corale. Per certi versi, l’uso dei power-chords ricorda il grezzo 7800° Fahrenheit, ma in questa nuova veste i Bon Jovi confezionano un brano magistralmente interpretato e ricco di pathos. Non si riesce a non provare un piacevole disagio ascoltando le riflessioni di un amante ossessivo che, spinto dal desiderio di arrivare ad un livello successivo nella relazione con la propria ragazza, si immagina di diventare la madre della suddetta. E poi, la chitarra di Sambora.
Il lato B riparte in sordina, ma solo perché Dry County inizia a volume basso. Questo pezzo, infatti, è forse il capolavoro dell’intera carriera di BJ e soci: quasi dieci primi di pura magia in FA maggiore/RE minore, in cui una ballad dilatata di per sé magnifica si interrompe poco dopo i cinque minuti per offrirci un intermezzo che, dopo un crescendo da pelle d’oca, esplode nel più bell’assolo di chitarra mai suonato da Richie Sambora. Inutile aggiungere che anche la prestazione del resto della band è fenomenale. Proseguendo con l’ascolto si nota che, a parte l’appena citata settima traccia, il seconda lato di Keep the Faith non può nulla contro quello che adesso bacia il piatto del giradischi. I più integralisti snobbano le ultime tracce accusandole di essere solo dei filler, ma diciamoci la verità, dopo una prima parte di così alta qualità, abbassare un po’ i toni non è affatto una scelta controproducente. Del resto l’attenzione non è eterna, e per non gravare troppo sulla concentrazione dell’ascoltatore medio, offrigli dei momenti più easy listening è una mossa davvero intelligente, anche perché ormai sono già trascorsi quasi tre quarti d’ora. Detto questo, ci pensa Woman in Love a farci tirare un sospiro di sollievo. Questa allegra canzone blueseggiante non è per niente marginale, perché rispecchia in modo più esplicito la virata stilistica del combo americano. Il testo è infatti una sentita dichiarazione in cui l’oratore ribadisce di aver bisogno di un amore più maturo, quello di una donna, dopo aver perso tanto tempo dietro ad infatuazioni giovanili. Insomma, una canzone d’amore che è anche l’allegoria della nuova filosofia della band. La successiva Fear propone invece un messaggio di incoraggiamento rivolto a chi si spaventa per ogni piccolo neo al quale la vita ci mette davanti. Musicalmente parlando, il riff trainante ricorda vagamente quello di Enter Sandman, ma il pezzo è completamente diverso. Comunque non è la prima volta che la band del New Jersey prende ispirazione dai colleghi: vi siete mai accorti che l’anno successivo alla pubblicazione di Paradise City (la cui sequenza armonica è I – IV – bVII/IV – I) i Bon Jovi hanno pubblicato Lay Your Hands on Me (I – IV – bIII/IV – I)? In decima posizione troviamo l’altra lenta ballad dell’album, ovvero I Want You. La sua qualità è innegabile, forse il testo è perfino migliore di quello di Bed of Roses, ma la storia ha consegnato l’alloro al terzinato del lato A. Segue la frizzante Blame It on the Love of Rock & Roll, che se non strizzasse l’occhio così tanto ad I’ll Sleep When I’m Dead ne guadagnerebbe in personalità. In ogni caso, la si ascolta molto volentieri. Chiude il disco Little Bit of Soul. Questo è il tipo di canzone che compare su un disco di Joe Cocker, quindi trovarsela alla fine di un LP dei Bon Jovi è alquanto destabilizzante, ma ciò non cambia il fatto che il brano sia un piacere per le orecchie.

In definitiva, un disco diverso dai precedenti perché i Bon Jovi erano diversi. Più maturi, più equilibrati, ma anche più consapevoli che ormai il salto di qualità era stato affrontato con successo. Nel 1994 uscirà Cross Road, un greatest hits per festeggiare i dieci anni della band, mentre l’anno dopo vedrà la luce These Days, un disco controverso contenente dei capolavori ma anche il germe dell’eccessiva commercializzazione che farà dei Bon Jovi la versione d’oltreoceano di Ligabue. Godiamoceli dunque nella livrea anticata che li vede uniti ed affiatati con le mani una sopra l’altra come dopo un time out del basket. Stravolti ma vincenti nel ’92, ruffiani ma impeccabili nel ’94, ispirati ed introspettivi nel ’95. Ciò che accade in seguito è la storia di un’altra band, della quale per altro ci interessa poco o niente.

Metallized Voto: 86

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