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Recensione Recensione di New Jersey

New Jersey

Lo Slippery When Wet Tour terminò trionfalmente alle Hawaii consacrando nuove cinque rockstar internazionali. Dopo solo un mese di vacanza, la band decise di tornare in studio, bisognava dimostrare ai fans di essere davvero abili musicalmente e che con Slippery non si era trattato solo di fortuna sfacciata. New Jersey è il quarto album dei Bon Jovi, pubblicato nel settembre 1988, vede ai cursori del mixer lo stesso produttore del precedente boom mondiale e consiste di dodici tracce nuove di zecca per quasi tre quarti d’ora di musica. Ma partorire New Jersey non fu una cosa così semplice. Le prime song scritte si rivelarono subito mediocri, la paura di non essere più in grado di comporre grandi hit accalappiò i componenti, in un certo senso lo spirito di un grande presagio aleggiava minaccioso. Jon voleva scrivere un’altra Bad Name tanto che buttò giù una canzone chiamata Love Is War: suonava perfetta, tanto che aveva la precisa identica chord progression di You Give Love A Bad Name. Ma a conti fatti si rivelò troppo simile, improponibile, un clone. La band collaborò ancora con Bruce Fairbairn e non volle, come per il disco precedente, che alcuna foto di gruppo apparisse sulla copertina. Per scaramanzia o per pressioni dell’etichetta, si decise che alcune cose non dovevano cambiare, soprattutto se gli effetti erano stai quelli di sbancare il mercato veicolando i Bon Jovi ovunque. Dopo un lavoro febbrile non tirato per le lunghe, la ritrovata serenità fece germogliare una trentina di canzoni per il nuovo lavoro. L’idea dei due capipopolo della band era di lanciare due album, a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro, ma la Mercury convinse i Bon Jovi che sarebbe stato meglio concepirne uno solo dove sarebbero confluiti i pezzi migliori.

Il working title originale era Sons Of Beaches mutato celermente in New Jersey. Jon, a tal proposito, ebbe a commentare acidamente: "Se ho fatto un errore nella mia carriera, è stato quello di chiamare l’album New Jersey”. Qualche critico, infatti, iniziò a comparare Jon a Bruce Springsteen, pure lui proveniente dal New Jersey e noto per scrivere canzoni basate sull’amicizia, e di pezzi con questo tema nel nuovo lavoro ce n’erano: Blood On Blood e Born To Be My Baby su tutte. La leggenda vuole che la scelta delle tracce, che poi finirono sulla versione definitiva, ha una storia particolare. Per Slippery, Jon entrò in una pizza take away e invitò alcuni ragazzini in studio, con New Jersey, invece, Bruce Fairbairn chiamò a testimoniare alcune babysitter con ragazzini inclusi, che poi fornirono il loro parere: senza quei responsi, canzoni come Wild Is The Wind non sarebbero mai apparse su cd. In ogni caso, con babysitter o no, o al cospetto di ragazzini mocciosi in studio a dettare suggerimenti, questo album risulta essere la punta di diamante dei Bon Jovi, lo zenith della loro produzione, e come avrete certamente capito, il migliore a giudizio del sottoscritto circa la loro lunga tradizione di dischi da studio. In questo lavoro si respira, sin dal primo secondo di musica, il profumo del capolavoro immarcescibile: ad oggi ha venduto suppergiù 20 milioni di copie nel mondo e risulta essere in cima alle preferenze dei die-hard fans. Ci sarà un motivo valido, insomma. E chi non ci crede, può far da sé una semplice prova. Appena la puntina laser irrompe sul disco ottico parte un sound capace di stoppare il tempo all’infinito. Echi lontani irrompono tra di noi e increspano la pelle di brividi veri, febbre hard, poi l’orgia si compie con un manifesto brillante di luci al neon, a nome Lay Your Hands on Me. Una batteria ancestrale, schitarrate, cori da stadio, la voce che recita a piene corde il titolo si lancia prima in uno spoken, poi tra effetti vari arriva il godimento assoluto. Il video mostrava Jon uscire sul palco all’improvviso, eruttato sullo stage da un ascensore sotterraneo per poi trovarsi al cospetto di migliaia di fans adoranti. La stesura è particolarmente dura ma profondamente azzeccata, grande nella progressione delle strofe, voce roca e incazzata, un solo di Sambora che vola sulle teste di tutti noi mortali con raffiche in successione. Cori, synth, batteria che scuote, una track favolosa. Bad Medicine, primo singolo, scritta da Jon e Richie in Giappone durante le riprese di uno spot televisivo, è un altro pezzo davvero coinvolgente, con una chitarra dritta e tesa e con la ricetta della band che funziona al meglio. Tutto molto bello, cromato ma con asperità che nel rock devono essere di casa. I cori inchiodano, il talk box interviene, il cantato a perdifiato sfocia in un chorus da altri pianeti, un singolo perfetto che raggiunse, manco a dirlo, il top delle classifiche anche grazie ad un video poco perfettino ma assai hard, inteso come rock, con telecamere inclinate e immagini sgranate. Che botta di singolo, stupendo, eccitante, ruvido.

Two, Three, Four e parte l’ennesima freccia di paradiso. Born to Be My Baby è un pezzo tutto giocato sulla voce di un Jon in formissima che detta cori ed entusiasmo. Intendiamoci bene, Tico fa esplodere i suoi tom, il synth gareggia con la chitarra ancora con tanto talk box, i cori infarcisono una struttura ottima, e il solo solleva da terra; con uno spiegamento tale di forze messe in campo anche questo tracciato musicale fu decretato singolo accontentandosi solamente di un terzo posto nelle classifiche statunitensi. Il clip, in bianco e nero, che Dee Jay television spacciava come pane per gli affamati, spiccava di una versione girata in studio con alcuni particolari diversi da quella racchiusa nel disco. Anche quella da avere. Senza fiato, una perla dopo l’altra, arriva un lentone come Living in Sin. Velluto e roccia, seta ed acciaio il vestito di questa grande canzone. Le tastiere colorano uno spicchio di libidine, voce sessuale, solo di chitarra fan-ta-sti-co, atmosfere da cardiopalmo e quell’urlo finale che fa bene all’anima rock di tutti noi. Una curiosità, il primo video di questo, ennesimo single, Mtv si rifiutò di passarlo in rotation a causa di contenuti peccaminosi, dovette essere riarrangiato e tagliato di alcune parti, eliminando, mi pare qualche tetta e qualche frame lascivo, troppo esplicito per i bacchettoni targati Usa. In ogni caso un ennesimo, qualitativo,highlight di questo lavoro. Volete più amicizia, un ricordo degli anni adolescenti, in patti che si facevano tra una casetta costruita su un albero e un parco che dava libertà? Blood on Blood è la risposta. Un pezzo accorato, una richiesta di nastro che vada indietro per riscoprire pezzi di vita un po’ offuscati. Come sempre tutto è perfetto, ogni singolo strumento adempie al suo lavoro in modo efficace e regalando sensazioni. La batteria è profondamente rock legata a vita ad un basso minimale ma pieno… ma tutto il resto è da primato: assemblaggio perfetto di un synth e di una chitarra che con la voce da il meglio. Homebound Train è rock sparato che nella ritmica, a me, ricorda un po’ gli Aerosmith nuova generazione. Chitarra sugli scudi, voce leggermente sfasata, ritornello non eccezionale ma una resa decisamente sufficiente, con armonica e tastiere che nella parte centrale divorano tutto e si scambiano il ruolo di alligatori. Musicalmente una grande traccia! Giova anche ricordare che Audrey Nordwell e Scott Fairbairn entrambi al cello e Gouin "Dido" Morris alle percussioni, sono gli unici musicisti aggiuntivi dell’intero album. Wild Is the Wind cavalca un cavallo con un cowboy impolverato e bisognoso di ristoro. Che roba stupenda è la cordata lenta, ritmata, melodica, di un ennesimo, grandissimo pezzo.

Ride Cowboy Ride è una sorta di divertissement brevissimo, cover di una classica canzone western, mentre con la successiva Stick to Your Guns si va ad esplorare un lido romantico che poi si incarna in un bel pezzo melodicamente duro con tastiere e chitarra acustica che emergono duettando con la voce solista alta e roca; bella la resa con l’ascia che da il meglio di se. Canzone numero 10, altro capolavoro. I'll Be There for You si innesca grazie ad una chitarra in stile sitar, poi la genialità di Sambora disegna una ritmica fatta di armonici tirati con la leva e tutta la melodia di cui sono capaci i Bon Jovi entra in campo. Un basso presente fraseggia con il rullante e Jon fa cose eccezionali con la sua voce con i controcori di Richie Sambora, grande voce la sua, e la magia si compie. Acuto roco sul finale e chorus a sfumare, da rimettere subito dall’inizio. Bellissima! Sparo della batteria, cori serrati ed è subito 99 in the Shade con una chitarra che fischia e non accetta le briglie di un ritornello interessante, ma non memorabile, che però si incastona benissimo con il discorso musicale dell’album intero. Love for Sale detta il rettilineo finale fatto di chitarre, voci e armoniche a bocca, una ballad con il sapore del falò e dei fagioli in scatola. Un album immancabile nei gusti di ogni rocker che si rispetti, anche di chi ascolta cose molto più trash e veloci. Le song contenute in questo lavoro sono tuttora stabilmente nelle scalette dei concerti dal vivo, e detengono anche vari record: tutti e cinque i singoli editati raggiunsero la top ten di BillBoard americana facendo vendere, solamente negli States, oltre 7 milione di copie e questi pezzi furono il primo lavoro hard rock, made in Usa, venduto anche in Russia. Nonostante questo, New Jersey portò quasi allo scioglimento del gruppo. La band ricominciò quasi subito un altro tour lungo e massacrante, nonostante la stanchezza del tour precedente non fosse ancora stata smaltita. Il New Jersey World Tour fu imponente: vennero organizzati circa 240 concerti in 23 nazioni con oltre 3 milioni di spettatori che presero parte al Jersey Syndicate Tour, con i live che si conclusero nel 1990. Vale la pena segnalare che la band prese parte al Moscow Festival, evento voluto da Doc McGhee, il loro manager, arrestato per traffico illegale di sostanze stupefacenti. Come unico modo per evitare la gattabuia dovette prendere parte ad azione di volontariato e beneficenza, quindi organizzò uno spettacolare festival a Mosca a fini benefici a cui presero parte molte delle band legate al suo management. Jon non dimenticherà mai quel festival: "Era un incubo: io ero uno tra i pochi sobri; tutte le altre band erano completamente sbronze". La ragione per cui Jon ricorderà per sempre quel festival è dovuta al fatto che gli Scorpions li presero a botte! Inoltre, i Motley Crue ebbero una vivace discussione con Doc per il fatto che i Bon Jovi erano l’attrazione maggiore del festival e perchè avevano a disposizione gli effetti pirotecnici, loro no. Tommy Lee non ci pensò due volte: prese a pugni Doc e i Motley Crue decisero di cercarsi un nuovo manager. Nonostante lo stress accumulato, il quintetto, tra alti e bassi. riuscì a restare unito e si prese una lunga e salutare pausa prima di tornare in studio nuovamente, nonostante le insistenti voci di scioglimento diffuse dai media. Da quel momento cominceranno impegni solisti, Jon e Richie, e carriere parallele, quella di Jon nel cinema. I Bon Jovi, ormai, erano delle star assolute grazie a New Jersey.

Metallized Voto: 93

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