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Recensione Recensione di One Wild Night Live 1985-2001

One Wild Night Live 1985-2001

Giunto seguendo l'ondata di successo di "Crush", questa raccolta di live sembra voler celebrare la vita on the road dei rocker del New Jersey, volendo anche ricordare ai più scettici che, malgrado le numerose sortite commerciali, i Bon Jovi sono comunque una rock band. In effetti manca nella discografia ufficiale un vero e proprio album live, e questo può essere l'occasione per Jon e compagni di dire "It's my life"(!) ancora una volta.

È proprio con questo brano, eseguito rispettando pari pari la versione da studio, che si apre l'album, e già sorge spontaneo un interrogativo: dal vivo è meglio variare qualcosa, interpretando i brani volta per volta, oppure cercare di eseguire una versione il più vicino possibile all'originale? Difficile scegliere, perché nel secondo caso si dimostrerebbe la bravura dei musicisti, e sarebbe fugato l'eventuale dubbio sul'uso di effetti e ritocchi vari nella versione studio, mentre eseguire ogni volta un brano con un'impostazione diversa, anche leggermente, sta a significare che chi suona vuole veramente divertirsi e far divertire, correndo anche il rischio di cadere in fallo. Sta di fatto che la gente va ai concerti non per ascoltare solo il disco, vuole anche la band. Ed è in questo che si fanno notare i Bon Jovi qui, dimostrando di essere eclettici al punto giusto. L'inserimento della cover di Neil Young "Rockin' in the free world" è azzeccato, così come la versione velocizzata di "Keep the Faith". Struggenti le atmosfere da veri cowboy in "Dead or Alive", dove Jon si esibisce in un intro di chitarra da solista; nello stesso brano Richie Sambora esterna tutte le sue doti canore, come si era già sentito in qualche suo album solista, facendo quasi sfigurare il frontman. In generale, anche nei cori, il chitarrista dimostra ottime qualità come vocalist, senza tralasciare quello che è il suo vero mestiere: "Livin' on a Prayer" e "In & Out of love" sono come sempre i suoi biglietti da visita. Bello il finale dell'intramontabile "You give love a bad name" dove è il pubblico a farsi sentire all'unisono, senza bisogno che la band tocchi uno strumento. Ospite Bob Geldof che canta "I don't like Mondays", ma il resto del cd non è niente di speciale. Chiude bene la title-track, ma in "Bad Medicine", che la precede, Jon perde qualche colpo nel cantato.

Forti dubbi sulla scelta della tracklist, mancano alcuni pezzi che si sarebbero visti più volentieri di altri che qui non sono stati citati, comunque nel complesso un album godibile.

09/02/2008 DeBaser Voto: 3/5

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