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Recensione Recensione di Slippery When Wet

Slippery When Wet

Forse non ha molto senso parlare di sogno americano negli anni 2000, ma è necessaria una premessa di fondo per riuscire a spiegare la genesi di questo momento in musica che ha segnato in modo indelebile la storia dell'hard rock melodico, rappresentando un crocevia, uno spartiacque che ha contribuito ad ammorbidire le nette segregazioni stilistiche di quegli anni: l'hard 'n' heavy, un microcosmo "chiuso" e riservato a una presunta "élite", dove le belle faccine, i "suoni facili e cromati", le melodie zuccherose, sono state sempre viste con circospezione, scherno e malcelata sofferenza.

Dee Sneider, leader dei Twisted Sister, asserì in una delle tante interviste di quegli anni: "Jon è un caro ragazzo, ma la frangia del rock duro ce l'ha con lui perché per primo ruppe il fronte". Punti di vista.
In effetti, in quel lontano 1986, anno di grazia per la musica robusta, le preclusioni, come detto, erano innumerevoli e rigide, anche perché l'immagine di certi gruppi cozzava con lo stereotipo e la figura di disadattato sociale del metallaro truce e senza macchia.
Le posizioni inconciliabili di vaste schiere di fan tenevano banco, considerando anche che la guerra - allora all'apice - tra il vero metallo e i gruppi cosidetti "d'immagine", divideva spesso anche salde amicizie. Discutibile all'ennesima potenza...
Jon Bon Jovi raccolse con ferrea volontà l'eredità di quel rock figlio della classe lavoratrice che fatica, e che vide in Springsteen il suo massimo rappresentante, incarnando e interpretando perfettamente la filosofia americana anni '80 della lotta per migliorare la propria condizione sociale. Lui, figlio di un Italiano trapiantato nell' east-coast, nel New Jersey, a mezz'ora di macchina dalla fabbrica dei sogni, quella New York vista sempre come punto d'arrivo e guardata sempre con timori reverenziali, mise sul piatto le sue naturali doti fotogeniche, e con la "fortuna" di trovarsi al momento giusto al posto giusto, auto-decretò la sua ascesa a sex simbol per eccellenza del rock anni '80, complice la sua visione ottimistica ben evidenziata con la proposta musicale, in sintonia coi sogni di tanti adolescenti degli Eighties che correvano per un avvenire migliore: l'ultima generazione con un certo tipo di ideali e di aspirazioni.

"Slippery When Wet" (titolo preso dai segnali stradali presenti sulle autostrade americane, anche se Dave Brian, il tastierista, ha una versione diversa) è tutto questo.
Datato Agosto/Settembre 1986, per qualche mese ristagnò nei bassi fondi, fino a quando una telefonata al manager direttamente dalla Polygram (la loro casa discografica) richiamò in tutta fretta la band dal tour minore di "riscaldamento" (!) con band semi-sconosciute: "Ragazzi rientrate dobbiamo pianificare un tour da headliner per gli States, siete primi in classifica".Qualcosa era cambiato e niente sarà più come prima. Questo qualcosa fu "You Give Love a Bad Name".
Gli stenti commerciali (ma non artistici...) dei primi due album, più granitici e rabbiosi, sono un dolce ricordo: 26 milioni di copie worldwide parlano chiaro: pochissimi album nella storia del rock possono vantare un simile curriculum, fatto di 15 settimane al primo posto su Billboard per un paltter che incarna la perfetta formula party rock, l'ideale rock-sound di metà anni '80, ovvero un susseguirsi di anthem-rock in bilico tra le sfuriate chitarristiche di Richie Sambora e gli ammalianti refrain che la produzione di Bruce Fairbairn e il songwriter per eccellenza dei tempi, il Re Mida Desmond Child, partoriranno, plasmando il talento compositivo del gruppo e dando quindi la perfetta dimensione agli inni "You Give Love a Bad Name", il primo singolo estratto, e "Livin' on a Payer", tipica song da stadio, dal testo fortemente impregnato sulle già accennate tematiche a sfondo sociale, che di fatto fanno accostare per la prima volta il gruppo del New Jersey al Boss.
Supportato da un video strepitoso, velatamente allegorico, riconducibile alla condizione del gruppo nei primi due anni di vita (in bianco e nero la prima parte) e nel momento aureo (a colori) col pubblico festante, la song è il lasciapassare per la notorietà internazionale. Il pezzo da novanta che si erge a capolavoro dell'album (e forse di tutta la produzione anni '80) è però la stratosferica power-ballad "Wanted: Dead or Alive" (inizialmente doveva essere il titolo del'album), che rievoca in maniera sublime le fascinose ambientazioni western, e musicalmente i Lez Zeppelin più acustici e intimistici.
Il cantato di Jon e le atmosfere surreali create dalle progressioni chitarristiche di un Sambora al massimo della forma danno il tocco magico, conferendo alla song quell'atmosfera vagamente esotica e "lontana", e restituendo perfettamente l'immagine delcowboy metropolitano (antitesi all' apparenza inconciliabile) che "cavalca un cavallo d'acciaio".

L' anonima copertina (una busta d' immondizia bagnata, che per un attimo distolse l'attenzione dal titolo dell'album a doppio senso...), che all'ultimo momento ne sostituì una più provocatoria e scabrosa, non impedì certo al platter di raggiungere il successo platenario, e conseguentemente di portare il gruppo on the road per la bellezza di 16 mesi, compresa la data a Castle Donnington come Headliner al Monsters Of Rock del 1987 (memorabile la gig finale con Bruce Dickinson, un ipocrita Dee Sneider e Gene Simmons, nell'interpretazione di We're an American Band).

Il Disco non vive sicuramente solo dei tre momenti citati: la profetica "Social Disease" spezza il ritmo. La song, spesso sottovalutata, beneficia di un'interpretazione nervosa e acidula, a forte rischio "skip" nel lettore, per la sua collocazione nella track-list un pò sacrificata e scomoda, rappresenta, insieme alla "pericolsa" "Raise your Hands" ( basta leggere il testo...) e alla conclusiva e fulminante "Wild in the Street", uno dei momenti più hard del disco. Tutte song, queste ultime, dal sapore prettamente metropolitano, che in maniera diversa enfatizzano i disagi, le paure giovanili e le relative scelte sbagliate, con dei testi volutamente ermetici, ma allo stesso tempo dai malcelati intenti autobiografici. Ma non è finita, perché la seconda parte del disco è impreziosita da un mid tempo trascintante come "Without Love", dove un testo forse appena meno efficace viene compensato da una melodia dai contorni romantici.
Altro pezzo forte è la tirata "I' d Die For you", dove ricompare la penna della premiata ditta Jon, Richie e Desmond Child: con le sue sfumature debitrici a certo AOR è il pezzo più vicino alla produzione precedente (sopratutto al primo disco): le tastiere del bravissimo Dave Brian dettano legge e fanno la parte del leone calandosi perfettamente nei ritmi concitati della song.
Da contraltare la ballad di riferimento del disco: la strappalacrime "Never Say Goodbye", sempre autobiografica e dal sapore nostalgico.
Il titolo è senza dubbio un imperativo che invita a guardare oltre il semplice "titolo di una canzone": un monito per chi è abituato nella vita a prendere decisioni definitive senza mettere in conto che l' esistenza stessa, in quanto imprevedibile, porta spesso a rivedere linee di pensiero e atteggiamenti apparentemente inamovibili.
Alla resa dei conti, anche a posteriori, il miglior lavoro del gruppo.
Frizzante e dinamico, il disco ha intrinsecamente creato uno standard per una miriade di gruppi di lì a venire, che hanno disperatamente cercato di emulare e di ricreare la formula vincente, senza minimamente raggiungere la genuinità di questo platter che, dopo vent'anni, è sempre un punto di riferimento dell'hard melodico, senza eccezioni. L'originale.

18/12/2006 TrueMetal.it Voto: 90

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