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Recensione Recensione di Slippery When Wet

Slippery When Wet

Attenzione! Attenzione! Fanciulle di tutto il mondo, adunata. Jon è arrivato! Siamo sul finire dell’estate del 1986, annus mirabilis per la storia del metal e del rock in generale, assistiamo ad uno scossone tremendo nel mondo della musica che porta una band di imberbi ragazzi del New Jersey letteralmente sul tetto del mondo, andando a sancire forse il primo reale sdoganamento del rock/metal tra le masse. Sì, perché questo terzo capitolo della discografia dei Bon Jovi, capitanati dal biondo e fighissimo Jon, e dal carismatico axeman Richie Sambora, è riuscito, grazie ad una irresistibile combinazione di glam rock, ciuffoni cotonati ad alto tasso di lacca e tanto, tanto pop, ad avvicinare schiere di giovani, sbraitanti fanciulle, e di gente comune alla corte dell’heavy metal. Questo album è stato per i Bon Jovi il vero trampolino di lancio internazionale, grazie ad un incredibile successo commerciale pressoché immediato che lo ha portato a diventare l’album più venduto del 1987 e che, nel corso degli anni, gli ha consentito di fregiarsi del titolo di uno dei cento album più venduti nella storia degli Stati Uniti, con più di dodici dischi di platino. Sinteticamente, ci piace pensare a questo “Slippery When Wet” come un elogio della semplicità: il disco in questione non scopre nulla, non inventa niente che non fosse già stato ampiamente provato da altre gigastar della allora fiorente scena glam del calibro di Aerosmith e Kiss, prima, e Van Halen e Motley Crue poi, ma semplicemente andando a puntare su di un glam rock molto morbido e dal facile ascolto, non per questo moscio, fruibile letteralmente da chiunque. E poi c’era Jon Bon Jovi… Sì, perché un innegabile valore aggiunto al successo della band del New Jersey deriva anche dalla faccia d’angelo dell’istrionico frontman, il quale, oltre ad essere dotato di una voce potente, versatile ed inconfondibile, è riuscito a crearsi un proprio personaggio piuttosto differente rispetto al clichè della rockstar dannata tutta eccessi, diventando un idolo non solo per i rock fan, ma anche per tutta una moltitudine di ascoltatori occasionali che vi si sono imbattuti per caso, tuffandosi anche in una breve e non decisamente memorabile parentesi da attore nei primi anni ’90, quando i Bon Jovi si presero una pausa di riflessione da burnout dovuto da mesi e mesi di tour no stop in giro per il globo. Tornando al discorso strettamente musicale, questa terza opera del quintetto di Sayreville si apre in maniera sommessa, quasi timida, con un crescente motivo di tastiera che va a esplodere in un coro di ‘woo-hoo’, dando il via a “Let It Rock”, che sembra volerci preparare allo spirito scanzonato e festaiolo del resto del platter, con quelle sue linee che ci rassicurano – “It’s alright if you have a good time, it’s al right if you wanna cross that line” – che in fondo non c’è niente di male a spassarsela un po’ nella vita, e i Bon Jovi vogliono essere proprio loro la colonna sonora ideale del tuo divertimento. Le successive “You Give Love A Bad Name” e “Livin’ On A Prayer” non hanno davvero bisogno di ulteriori incensamenti, essendo a tutti gli effetti due pezzi di storia della musica degli anni ’80 per chiunque fosse in grado di accendere una tv o una radio: la prima col suo riff inconfondibile e la sua energia travolgente, la seconda a tutti gli effetti una delle canzoni rock più orecchiabili di sempre, così come la country-ballad “Wanted Dead Or Alive”, che vede un Jon più caldo ed emozionale prima dell’ulteriore ammorbidimento dei successivi capitoli della propria discografia. Abbiamo poi pezzi a tutto glam quali “Social Disease” o la carichissima “Raise Your Hands”, in cui Richie Sambora è assolutamente protagonista a colpi di riff memorabili e assoli semplicemente irresistibili. Sul lato B non vi è alcun calo di tono, con la più morbida e misurata “Without Love”, la disperata ed emozionale “I’d Die For You”, la canonica ballad strappa-mutande “Never Say Goodbye” ed infine la piacevole e sguaiata “Wild In The Streets”, dove i Nostri sembrano volersi più divertire che altro, alla fine di questa splendida giostra, regalando comunque un pezzo simpatico ed efficace, assolutamente in sintonia con il resto del lavoro. Ci sono certi album che fanno la Storia, mentre altri che ne diventano parte integrante. A nostro parere, questo “Slippery When Wet” potrebbe essere tranquillamente utilizzato come altro sinonimo per dire ‘anni ’80’.

01/04/2016 Metalitalia.com Voto: 9,5

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